Volevo lasciarvi con una serie di video di Maurizio Pallante (trovati su youtube) a proposito della Decrescita Felice. Consiglio vivamente di guardarli, a mio modestissimo parere si tratta di spunti di riflessione utili e chiari, in parte ovvi (con il senno di poi), in parte rivoluzionari. Sono delle linee guida per la politica e la società e focalizzano una serie di problemi che tutti sentiamo, forse, ma che spesso non riusciamo a distinguere. Spostano il punto di vista dal quale siamo abituati ad osservare l'economia, valorizzando aspetti solitamente trascurati, e indicando aspetti che spesso vengono dati per scontati, ma che scontati proprio non sono. Il problema è l'ammasso di preconcetti che ci annebbiano la vista e che ci fanno ricadere nelle medesime considerazioni trite e ritrite. Il tentativo della decrescita (da distinguere dalla recessione) è quello di analizzare il problema economico con un approccio innovativo. Si vuole mettere in dubbio le fondamenta stesse dell'economia per provare a sintetizzare delle conclusioni del tutto nuove e spesso illuminanti.
Vi lascio inoltre una descrizione della decrescita fatta da Pallante:
La decrescita è elogio dell' ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c'è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all' effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell'acquistare non è il consumo ma l'uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l'economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.
Maurizio Pallante
Vi lascio con le parole con le quali Lawrence Lessig descrive il lavoro della Free Software Fondation (FSF) a favore della libertà, un valore che sta via via scomparendo (benché i nostri brillanti amministratori stiano cercando di farci credere il contrario)
Antonio
As I've said many times the Free Software Foundation and Richard Stallman's work represents the most important work for freedom that this culture, the American culture, has seen in many many generations because it takes the ideas of freedom and it removes it from the ivory tower, and it removes it from lawyers, and places it in a community--a technology community--that is one of the most important communities defining the contours of freedom that most people in our culture and increasingly around the world will know. And to have the battles over these ideas of freedom expressed in this context is extraordinarily important.
We took the same ideas that Richard launched in the Free Software Foundation and tried to carry them over to culture, in areas of music and art and education and science to take the same struggle to define what the scope of a free culture should be and have people from those communities engage in that conversation. So we've benefited enormously from the ideas that Richard first launched in the Free Software Foundation and in the free software community more than 25 years ago and we think people ought to give back to those who inspire in such an extraordinary way.
I'm honored to contribute again this year as I do every year and I would hope you do to, because this is a movement that needs our support. Not just in the context of technology, but in every place where these ideas of freedom need to be pushed. So thank you for this opportunity and thank you for supporting the Free Software Foundation.
Lawrence Lessig
Costruire ancora strade mi sembra assurdo. Non ce ne sono già abbastanza? Guardatevi attorno, ormai l'aspetto caratteristico delle nostre città è l'insieme delle distese di cemento e delle file luccicanti e sferraglianti di automobili. Dentro quelle automobili ometti impazienti di giungere a destinazione. Ma vi piace davvero? Quando viaggiate in auto e siete travolti da questo flusso di veicoli che vi circonda, inglobati nel traffico, vi divertite? Non avvertite questo distacco sempre più profondo dalla nostra natura animale che anziché asfalto e smog chiede prati verdi e aria fragrante? Non vi sentite frustrati da questa frenesia diffusa che vive nelle strade e che vi cozza contro ad ogni curva, ad ogni sorpasso, ad ogni semaforo arancione, ad ogni incrocio, ad ogni clacson sguinzagliatovi contro? Offesi. Increduli. Stanchi. Mi domando se tutto questo ingorgo ha uno scopo concreto, come concreto è il bisogno di respirare e dormire, se è davvero una cosa che dobbiamo assolutamente sopportare essendo creature dall'intenso bisogno sociale. Che cosa accadrebbe se tutti ci fermassimo per un attimo, per un giorno, per una settimana, se tutti ci fermassimo e iniziassimo a domandarci dove stiamo correndo?
Per iniziare l'anno con i migliori propositi vi lascio con l'estratto di un brano di Roberto Saviano che ho da poco letto. Lo so, non è un pezzo allegro e spensierato come forse ci si meriterebbe di leggere oggi, ma è toccante e ben scritto, come tutti i brani di Saviano.
Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l'amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire "così è sempre stato e sempre sarà così"?
Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient'altro? Vi bastano queste risposte per andare avanti? Vi basta dire "non faccio niente di male, sono una persona onesta" per sentirvi innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull'anima? Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, Chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?
Roberto Saviano
In questi giorni due grandi giornali quali sono Libero e ilGiornale ci fanno sapere che chi legge il Fatto Quotidiano è uno stupido o un terrorista. Ebbene, eccomi qui a confessare. Sono uno stupido. Non sono un terrorista, ma solo perché la mia bassa intelligenza va a braccetto con l'inettitudine. Non ne sarei materialmente capace.
Ma permettetemi di rilanciare. Un vero coglione, antropologicamente deviato e diverso dal resto della razza umana. Come definireste uno che non vota Berlusconi? Insano di mente. Ma le mie maggiori colpe sono ben altre e ben più gravi. Ad inchiodarmi nel mio status di ritardato mentale ci pensano il mio ottimismo e la mia fiducia nel domani, perché solo un cerebroleso potrebbe davvero credere che questa Italia possa mai svegliarsi dal letargo secolare che l'affligge. E poi come definireste uno che crede che l'evasione fiscale sia un reato e che la Giustizia debba valere anche per i potenti e non solo per i morti di fame? O che sente maggior gratificazione dal rispetto verso le regole e verso gli altri che non dalla scientifica applicazione della propria furbizia? Uno che ritiene finanche di poter lasciare il segno, cambiare le cose, coinvolgere le persone, costruire un'alternativa, far valere la propria libertà?
No no, lasciatemi dire, hanno ragione Feltri e BelPietro e io mi ci sono riconosciuto non appena l'ho letto.
Grazie a loro, ora so chi sono.
Girando in rete mi sono imbattuto in questo scritto di Gramsci, del quale ignoravo l’esistenza. Siccome rappresenta esattamente il mio pensiero, lo riporto qui. Mi pare perfettamente attuale, anzi una cosa eterna, valida in ogni periodo storico da qui all’esplosione del sole o all’autodistruzione della razza umana o all’invasione aliena. Il termine “partigiano” può essere re-interpretato in infiniti modi e adattato alla situazione politica di oggi, o essere lasciato al suo significato originale. Può anche essere sostituito con un altro termine più attuale, e cioè “partigiano”. Lascio a voi la scelta.
Antonio
“Odio gli indifferenti”
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto ad ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta già costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’é in essa nessuno che stia dalla alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Peciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917
Ho letto questo brano che mi ha colpito. Se ne avete voglia, leggetelo, compresa la nota d'autore alla fine del testo.
Antonio
Questo articolo è apparso nel numero di febbraio 1997 di Communications of the ACM (volume 40, numero 2).
Da La strada per Tycho, una raccolta di articoli sugli antefatti della Rivoluzione Lunare, pubblicata a Città della Luna nel 2096.
Per Dan Halbert, la strada per Tycho cominciò al college, quando Lissa Lenz gli chiese in prestito il computer. Il suo le si era rotto, e non sarebbe riuscita a completare il progetto di metà anno senza trovarne un altro in prestito. E Dan era l'unico a cui avrebbe osato chiederlo.
Dan si trovò di fronte a un dilemma. Certo, doveva aiutarla, ma se le avesse prestato il computer, lei avrebbe potuto leggere i suoi libri. A parte il fatto che lasciar leggere i propri libri a qualcuno significava rischiare diversi anni di prigione, l'idea era scioccante di per sé. Come tutti, fin da piccolo aveva imparato a scuola che condividere libri era cosa cattiva, sbagliata, una cosa da pirati.
E non c'era da illudersi di sfuggire all'APS, l'Autorità di Protezione del Software. Nel corso d'informatica Dan aveva imparato che ogni libro includeva delle sentinelle software per i diritti di copia che riportavano alla Centrale Licenze dove e quando era stato letto, e da chi; le informazioni venivano usate per identificare i pirati della lettura, ma anche a costruire profili di interessi che venivano poi rivenduti. Appena avesse connesso il suo computer in rete, la Centrale Licenze l'avrebbe scoperto e lui, come proprietario del computer, avrebbe subito la pena più dura, per la sua negligenza nel prevenire il crimine.
(continua...)
Esistono molti modi per perdere le proprie libertà, a partire dalle necessità primarie a cui dobbiamo sottostare tutti, come la necessità di nutrirsi e di trovare riparo dalle intemperie, fino ad arrivare alle mille responsabilità che la società e l'ambiente in cui viviamo ci chiedono di onorare. La società moderna si dovrebbe far carico di garantire a tutti la soddisfazione di quelle necessità primarie di cui sopra, fornendo un luogo idoneo alla vita umana, al riparo dall'indigenza e dalla sofferenza "fisica". Il resto dobbiamo farlo noi. Gran parte di quelle responsabilità dalla quale veniamo giornalmente sommersi sono, in realtà, autoimposte. Siamo noi che le accettiamo acriticamente e che decidiamo di andare a traino, seguendo la folla.
(continua ...)
