Secondo me le analisi fatte dai giornalisti, dagli economisti e dagli intellettuali cadono tutte nello stesso punto, e cioè il fatto di assumere i parametri dettati dal mercato quali indicatori del benessere della società. E non soltanto i parametri, ma le vie stesse da percorrere. Io sono per il libero mercato molto più di quanto non lo siano oggi molti sedicenti liberali, però sono anche per una netta e chiara separazione tra lo Stato e il mercato.
Se ci pensate non esiste oggi una tale, netta separazione. Basti pensare al PIL, in definitiva formato sulla base delle transazioni monetarie effettuate in un paese e da un paese. Praticamente per dirla in soldoni "quanto siamo bravi a fatturare". Moltissimi esempi dimostrano che spesso la crescita del PIL è legata ad attività dannose per la società, quali la vendita di armi, droghe, l'inquinamento dell'ambiente e lo sfruttamento di intere popolazioni, tenute in stato di indigenza da chi detiene le redini del gioco (i monopoli). Quindi perché continuare a diffondere la favoletta del PIL come indicatore del benessere?
La mancanza di una netta separazione tra mercato e società porta a considerare la crisi che stiamo vivendo attraverso il punto di vista del mercato stesso, e questo è fuorviante. Noi non stiamo vivendo una carestia, siamo anzi in una fase di sovra produzione. Come disse qualcuno il nostro paese non è attaccato dalle locuste, non ci sono epidemie in giro e inoltre sprechiamo l'energia e le risorse disponibili a piene mani. Questa è una crisi del mercato perché non riusciamo più a smerciare tutte le cose inutili che produciamo. I mercati sono saturi. E siccome usiamo i parametri del mercato per valutare, e le tecniche del mercato per risolvere, viaggiamo in un circolo vizioso che ci sta portando sempre più giù.
Il primo errore sta nel credere che i problemi del mercato siano i problemi della società. Il secondo errore sta nel credere che le soluzioni adatte al mercato siano le soluzioni adatte alla società. Io credo che gli errori di fondo possano ricondursi ai seguenti due punti. Il primo punto consiste nel confondere il lavoro, inteso come qualsiasi attività umana atta a produrre un risultato pratico, con l'occupazione, intesta come qualsiasi attività umana svolta in cambio di un compenso monetario. Il secondo punto consiste nel credere che l'unico modo per garantire lo stato sociale, quindi servizi ed assistenza ai più deboli, sia attraverso uno scambio di denaro, dimenticando che esistono altre due forme di redistribuzione, e cioè servizi svolti su base gratuita dai cittadini e flussi di beni circolanti all'interno delle comunità, il tutto coordinato su base locale dai comuni.
Prendiamo il parametro dell'occupazione. Il punto di vista usualmente accettato dice che se in un paese la disoccupazione è alta allora quel paese va maletto, se gli stipendi sono pure bassi è ancora peggio. Questo è vero in parte. Ad esempio se in ogni famiglia lavorasse una persona su due (l'uomo o la donna) la disoccupazione sarebbe del 50%. Per anni è stato così. Solo negli ultimi 30 anni questo aspetto pare diventato allarmante. Il punto è un altro: come mai uno stipendio su due non basta più? Se invece i membri della famiglia lavorassero tutti part-time avremmo una popolazione intera con stipendi bassissimi, però magari il tempo libero ripagherebbe la mancanza di lauti stipendi. In realtà il mito dell'occupazione vive all'interno del mercato. Però lasciatemi fare un esempio un po' estremo: se tutti avessimo un pezzo di terra da coltivare, scambiassimo gran parte del cibo e molti servizi su base volontaria in piccole comunità, se la gente lavorasse per se stessa auto-producendosi ciò che serve, se si creasse un sistema per cui il singolo è inserito in un sistema di scambi e di favori tra cittadini, quanti soldi servirebbero? Quanti occupati servirebbero? Probabilmente qualcuno di voi starà facendo un risolino, "questo vuole tornare all'età contadina!". In realtà volevo solo mettere in luce come i parametri del mercato abbiano monopolizzato il nostro punto di vista.
Il problema sta nel fatto che l'occupazione viene legata allo stipendio, al reddito, ad una retribuzione monetaria. Una crisi del mercato porterebbe con sé disoccupazione e riduzione degli stipendi e questo sembrerebbe togliere ogni dubbio al fatto che per salvaguardare la società è necessario salvaguardare il mercato. Questo perché si guarda solo e soltanto l'aspetto monetario, ignorando il fatto che molte cose le persone possono farsele, scambiarle. Una crisi dell'occupazione non significa necessariamente una crisi del lavoro, dell'attività umana. Una diminuzione dell'occupazione in una fase di decrescita (non recessione) verrebbe compensato da un aumento dell'auto-produzione e degli scambi.
Se poi guardiamo al secondo punto, lo scambio di beni e servizi su base gratuita, oltre che di denaro attraverso le tasse, ci rendiamo conto di quante nuove possibilità si possano aprire per creare un servizio sociale adeguato. Se lo stato aggiungesse due canali a quello esistente, e cioè il canale dei beni e il canale dei servizi gratuiti, coordinando il tutto su base locale, vale a dire all'interno dei comuni, potrebbe crearsi quel polmone che gli consentirebbe di svincolarsi dal mercato e dalle sue oscillazioni. Ovvio che la gestione delle risorse debba essere de-localizzata il più possibile, soltanto all'interno di un comune è possibile coordinare flussi di beni e servizi in sostituzione delle tasse, per chi lo desidera. Questo darebbe uno sprint incredibile alla vita sociale di un comune, incitando la gente a cooperare.
Questo nuovo aspetto fornirebbe agli stati la possibilità di uscire dal circolo vizioso del debito pubblico. Lo stato non dovrebbe potersi indebitare e quindi potenzialmente anche fallire. Lo stato non dovrebbe stare nel mercato, non dovrebbe essere in concorrenza, non dovrebbe stampare titoli, non dovrebbe compiere azioni finanziarie. Lo stato dovrebbe solo raccogliere le tasse e pagare i servizi ai cittadini, redistribuire la ricchezza. Oltre a questo, coordinare su base locale servizi e beni di consumo per i cittadini, spingendo le persone a cooperare.
Anche i parametri usati per valutare le condizioni sociali di un lavoratore sono spesso fuorvianti. Pare che l'attenzione si sia concentrata unicamente sulle condizioni contrattuali dei dipendenti senza prendere in considerazione il resto. L'azione dello stato si riduce, in pratica, alla mediazione tra le parti sociali al fine di garantire al dipendente una "giusta" contrattazione. Va bene, ma basta a liberare davvero il dipendente dalla morsa del mercato? No di certo. La politica di uno stato deve essere indirizzata a fornire ai cittadini un proprio spazio vitale, una casa e i mezzi di sostentamento per poter essere autosufficienti, per poter sviluppare le proprie attitudini, per costruirsi il proprio futuro, e soprattutto per diventare abbastanza forti da poter contrattare autonomamente senza l'ansia del licenziamento. Se un cittadino è davvero nella condizione di dire no, allora non è più uno schiavo del mercato, allora possiamo lasciare che sia lui a decidere come e quanto farsi pagare e da chi. Lottare per alzargli lo stipendio è giusto, ma non basta, e se questo è l'unico intervento allora può anche nascondere il vero problema, che è la schiavitù del cittadino ad un sistema, che è quello del mercato. Il mercato deve essere creato dal cittadino liberamente nella sua attività quotidiana, deve essere un suo strumento, non viceversa.
Infine lasciatemi aggiungere un ultimo punto. L'idea del mercato è la libera concorrenza, però non è possibile non notare come i monopoli stiano minando questa struttura alla base. Io credo che il potere finanziario e quello politico si sostengano a vicenda, basti vedere, come fa notare Giulietto Chiesa, come le banche siano state salvate quando dovevano fallire (sebbene i debiti degli stati nei confronti delle banche non siano stati azzerati). Il mercato è profondamente drogato e pericolosamente legato ad un gruppo di banchieri che di fatto lo controllano.
Per salvarci non serve una rivoluzione globale ma una presa di coscienza individuale. Soltanto da questo potrà partire quel processo che porterebbe sempre più persone a rivalutare alcune concezioni errate imposte forzatamente dal sistema attuale. Soltanto da questo potrà nascere una nuova classe politica che avrà davvero compreso come intervenire.

