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Raramuri

Sono super-maratoneti, detengono ogni record mondiale di corsa dai 100 km in su, ma vivono nell’anonimato e nella povertà più profondi nella Sierra Madre del Messico del Nord. Sono gli indios Tarahumara, una tribù dimenticata dai bianchi, da essi considerati il diavolo, e dal loro stesso Dio. Si sono dati un nome poetico, Raramuri, «piedi che corrono», perché su queste lunghissime distanze volano come se volessero salire al cielo. Non c’è nessuno che li batta, perché per loro i piedi sono delle ali. Vivono di agricoltura e di una strana caccia, quella ai cervi, non con l’arco e le frecce ma coi piedi, la loro unica arma: sfiancano gli animali correndo loro dietro giorni e giorni, finché la preda non si abbatte esausta. Roba da leggenda...
Ennio Caretto
“Corriere della Sera” - 31/07/2002

Citazione presa dal libro: "SOFTWARE LIBERO PENSIERO LIBERO"

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Ellekappa
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scritto da: Antonio
December 24, 2011

Lo dicono in molti, lo penso anch'io. Il debito pubblico è il motore dell'economia e dei consumi. Se vi è capitato di ascoltare qualche economista o politico spiegare cosa pensa della crisi vi sarete accorti che l'idea di base è più o meno la seguente: dobbiamo crescere così avremo più guadagni, se avremo più guadagni lo stato incasserà più introiti, se lo stato incasserà di più potrà continuare a ripagare il debito (o, solitamente taciuto, i suoi interessi). Quindi la ricetta per il debito è la crescita, necessaria a ripagare il debito stesso. Da qui si vede che il debito è il motore della crescita, la quale ci fornisce questo stile consumistico che non vogliamo abbandonare. Perciò il debito, anche se si potesse, non deve essere eliminato.

Ma la crescita porta ad un aumento continuo dell'instabilità economica e sociale. Il meccanismo si sta rompendo, il mercato è saturo e gli spazi per le generazioni future sembrano essersi esauriti. Per mantenere questo stato di cose sono necessari salti mortali, che divengono sempre più incerti e inefficaci. Il sistema della crescita ha creato un oceano di persone che dipendono in tutto e per tutto dalla crescita stessa, in questo consiste il dramma della recessione e della dipendenza dal mercato, sempre più oppressiva a mano a mano che la crisi avanza e che le richieste del mercato stesso si fanno più onerose. Il sistema è instabile, bastano piccole scosse per far vibrare tutto il castello, si mettono toppe qua e là per chiudere le crepe che di anno in anno si fanno più insidiose e numerose.

Chi ci governa ora, o l'ha fatto in passato, continua a riempirsi la bocca di crescita senza parlare mai di reali politiche per supportare le famiglie, per aumentare la stabilità delle persone, per renderle autosufficienti e capaci di sopportare periodi di magra come quello che stiamo passando e che passeremo. Politiche per la casa, il fulcro attorno al quale ruota tutto quanto. Non ho mai sentito un politico parlare di cambio di paradigma culturale, di mentalità, né di auto-produzione e di scambio, di modi alternativi di fare le cose. Corriamo verso un sistema globalizzato sempre più interconnesso dove se uno stato entra in crisi tutti lo seguono a ruota.

Oltre a questo non è più possibile puntare sui soliti vecchi settori, l'automobile, il cemento, le grandi opere. Non si può più andare in televisione chiedendo ai cittadini di aumentare i consumi per rilanciare l'economia, la crescita, la produzione, l'occupazione. Continuando con queste politiche, senza per altro ridurre le spese, non si farà altro che spostare la crisi un po' più in là, quando ce ne sarà un'altra ancora peggiore. I settori del futuro saranno il riciclo e l'efficienza energetica, affiancata dalle tecnologie alternative per produrre energia. Sono settori verdi, dove lo stato non ha mai veramente investito perché portano ad una riduzione del PIL. Parlare di efficienza oggi non si può, perché significherebbe bollette più basse (quindi meno crescita), tasse più basse (quindi meno soldi per pagare il debito). La parola risparmio è stata abolita. Si parla di sacrifici, ma non di risparmi. Serve una politica per salvaguardare il territorio: meno industria, più artigianato.

La parola chiave è stabilità. Il movimento di transizione parla di resilienza delle comunità, che è alla fine la stessa cosa. La stabilità si ottiene attraverso l'autosufficienza delle persone. Il futuro non è lavorare 100 ore a famiglia per potersi pagare consumi inutili e soprattutto sprechi, per poi essere totalmente dipendenti da un sistema che viaggia a tutta velocità verso un baratro e che quando si inceppa fa tremare l'Europa intera. Il futuro è una casa efficiente, facile da mantenere anche con bassi guadagni, poche spese, capacità di auto-prodursi il più possibile, avere tempo libero per far girare il cervello e trovare soluzioni alternative a problemi che solitamente venivano risolti aprendo il portafogli e pagando (o strisciando la carta di credito), intensificare i rapporti con famigliari e amici, scambiare oggetti e favori. Quindi serve un cambio di mentalità delle persone innanzi tutto, smetterla di sentirsi straccioni se non si sprecano i soldi, se non si esibisce oggetti costosi.

Una buona parte del problema è mettersi d'accordo su cosa significa recessione, su cosa significa povertà. Ho letto un mucchio di articoli che parlano di recessione perché tanti genitori non possono permettersi regali di Natale costosi per i figli, o perché tanti figli sono costretti a rivolgersi alla famiglia per un aiuto (e questo viene visto come umiliante), o perché molte famiglie sono costrette a rinunciare a tanti servizi a pagamento e a trovare soluzioni alternative. In tal caso, sappiate, io sto vivendo una recessione acuta, sono povero. Se pensate che il passaggio a questo stato di cose sia un problema insuperabile allora la decrescita non fa per voi, penserete che si tratta di una recessione mascherata, perché la decrescita è una ricerca volontaria degli elementi elencati sopra. Basta guardare un po' indietro nella storia per capire che non è mai esistito uno stato così acuto di consumi e soprattutto di sprechi come quello in cui ha vissuto l'ultima generazione e mezzo. Da sempre la gente si è arrangiata in altro modo (con l'auto-produzione e gli scambi) quando non poteva pagare, da sempre la famiglia è stata il luogo di partenza e di supporto per i figli, da sempre le persone hanno fatto grosse rinunce. Dobbiamo renderci conto che questa crisi non è passeggera, sarà la norma per molti anni. E del resto, quanto volevamo continuare a crescere? Abbiamo perso la bussola. Due automobili a famiglia, due televisori, la pay tv, cellulari cambiati ogni anno sempre più attrezzati e costosi, vacanze di lusso e chi più ne ha più ne metta. Serve un cambio di mentalità: non sentirsi umiliati se poveri materialmente, smetterla di sentirsi in colpa se non si produce continuamente, trovare la soddisfazione in altre cose, più vere del consumismo.

Non esiste decrescita senza la riscoperta del saper fare manualmente, senza un programma dettagliato di tagli dei costi inutili, senza una serie di rinunce che a ben guardare portano con sé più vantaggi che svantaggi, soprattutto da un punto di vista della qualità dei rapporti umani, del maggior tempo libero a disposizione, della cultura che si acquisisce con l'esperienza pratica sul campo.

Decrescita è risparmio, è saper usare le mani e il cervello, è mettere in dubbio i vecchi canoni comportamentali. Non basterà una crisi per far entrare questi concetti nella zucca delle persone, serviranno più generazioni. Ma questa crisi economica non sarà l'ultima né la più grave, e la crisi ambientale incombe minacciosa sulle nostre teste. Continuare a credere che un pianeta limitato possa crescere all'infinito è pura idiozia. Prima o poi dovremo rendercene conto.

 

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