Molti credono che parlare della decrescita sia come parlare della recessione provando a mascherare gli effetti negativi che questa certamente porterà alla società attuale. Disoccupazione, povertà, ingiustizia sociale, infelicità. Un tirare volontariamente la cinghia visto e considerato che abbiamo avuto troppo e che dobbiamo prepararci ad un periodo di magra. La decrescita è sicuramente una frugalità conviviale, ma non solo questo.
Come ci ricorda Latouche la parola decrescita porta con sé un progetto sociale e politico. Bisognerebbe parlare di società della decrescita, così come di società della crescita. Ad esempio la decrescita non pensa alla diminuzione del PIL come fine, la decrescita consiglia delle scelte individuali o collettive che portano ad un miglioramento della qualità della vita e hanno come conseguenza la diminuzione del PIL. Ma quest'ultimo aspetto è del tutto secondario, perché chi parla di decrescita non vuole diminuire il PIL, vuole abolire il PIL come indicatore del benessere collettivo. Cioè vuole infischiarsene del fatto che il PIL cresca o cali, non basare le scelte sull'andamento che tali scelte produrranno sul PIL. Il PIL è un indicatore della società della crescita, abolire il PIL significa contestualmente uscire dalla società della crescita.
Infischiarsene dell'andamento del PIL sembrerebbe il modo più rapido per entrare in recessione. Anzi, la diminuzione del PIL è la recessione. Questo i decrescisti lo sanno benissimo e infatti come detto sarebbe assurdo abolire il PIL, o infischiarsene del suo andamento, senza contestualmente pensare di uscire dalla società della crescita. Ma la decrescita ha una portata ben più ampia del semplice abbattimento del PIL.
La società della crescita si è sviluppata negli ultimi due secoli e mezzo e ha avuto il suo culmine nella società dei consumi che conosciamo. L'idea di base è quella del progresso industriale. Tutta la nostra cultura, almeno dalla rivoluzione industriale in poi, ruota attorno all'idea dello sviluppo economico illimitato, quella crescita che non ha più come fine ultimo l'uomo, ma la crescita stessa. Il progresso per il progresso, la crescita per la crescita. All'interno della società della crescita sono state formalizzate le teorie capitaliste da Adam Smith in poi e quelle marxiste da Karl Marx in poi, entrambe figlie del processo industriale. La Russia sovietica era una società della crescita così come lo sono state e lo sono tutt'ora le società capitaliste. L'idea del progresso moderno è legata indissolubilmente all'idea dell'industria, il cui sviluppo non è mai stato messo in discussione.
La società della decrescita è una società post-industriale. Sarebbe errato e ingiusto parlare di società pre-industriale perché non si può non tener conto della cultura che la società della crescita industriale ha prodotto. Come lo è stato il Rinascimento, la decrescita è prima di tutto una rivoluzione culturale. La rivoluzione della decrescita va nella direzione della riscoperta del tempo e della lentezza, in contrapposizione alla corsa alla produzione della società industriale, in un processo che non può che passare per la riscoperta dell'auto-produzione e degli scambi e per la valorizzazione della terra e dell'artigianato. Ma più che un passo indietro è un passo verso una direzione nuova, che intende costruire un punto di incontro tra il vecchio mondo pre-industriale, arretrato ma stabile, e da molti punti di vista più umano, e la crescita culturale iniziata nel quindicesimo secolo con il Rinascimento e continuata fino ad oggi. La decrescita è un paradigma culturale che vuole abbattere il culto del progresso fine a se stesso della società industriale e rimettere al centro i bisogni dell'uomo, in contrapposizione a quelli del mercato e dell'industria.
Volendo portare con sé una concezione post-industriale parla di sovranità alimentare e autosufficienza energetica delle città, della riscoperta del valore del tempo e della qualità dei rapporti umani, di auto-produzione agricola e artigianale delle persone. Vuole liberare l'uomo dal meccanismo alienante dell'efficienza produttiva, quel fare per il fare, in un processo che è prima di tutto riscoperta delle possibilità perdute dalla società della crescita. È soprattutto un percorso di libertà, che passa necessariamente per la valorizzazione delle risorse del territorio, dove la piccola produzione su scala locale prende il posto del grande capitale e della grande industria. Infine, ci ricorda Pallante, è importante liberare la ricerca scientifica e tecnologica dalla schiavitù culturale della crescita industriale e rimetterla al servizio di quell'integrazione tra uomo e natura che è stata per così tanto tempo dileggiata.
Può sembrare irrealizzabile o assurdo, ma non più assurdo di un sistema che è al collasso non soltanto dal punto di vista economico, ma soprattutto ambientale. La società della crescita non ha rispose per i problemi legati alla distruzione del pianeta e allo sfruttamento del sud del mondo, alla scarsità delle risorse energetiche che dividono la Terra in fasce di sfruttatori e fasce di sfruttati, producono guerre per l'approvvigionamento del petrolio, corsa agli armamenti, instabilità politica, né all' innalzamento della temperatura globale. L'allargamento dei mercati a scapito di intere popolazioni è l'unico modo che questo sistema ha saputo trovare per auto-conservarsi. L'impronta ecologica dei paesi industrializzati è tale che questi possono permettersi di continuare, per breve tempo, a sperare nell'opulenza solo mantenendo il resto del mondo nell'indigenza. Questo sistema non ha prospettive davanti a sé e mira soltanto a superare la crisi successiva, che si sussegue alla precedente ad un ritmo sempre più incalzante.
Il problema è prima di tutto culturale. Come dice Latouche, il sistema ha colonizzato l'immaginario. Dobbiamo quindi de-colonizzare l'immaginario, ma per farlo è necessario l'esempio di coloro che già stanno intraprendendo un percorso simile. Come per tutti i cambiamenti sociali e politici la spinta può venire dal basso, e la decrescita può essere portata avanti non soltanto a livello politico, ma anche e sopratutto da singoli individui, da singole comunità, in un processo di riscoperta di quei valori che abbiamo perduto in nome del progresso industriale.

