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Raramuri

Sono super-maratoneti, detengono ogni record mondiale di corsa dai 100 km in su, ma vivono nell’anonimato e nella povertà più profondi nella Sierra Madre del Messico del Nord. Sono gli indios Tarahumara, una tribù dimenticata dai bianchi, da essi considerati il diavolo, e dal loro stesso Dio. Si sono dati un nome poetico, Raramuri, «piedi che corrono», perché su queste lunghissime distanze volano come se volessero salire al cielo. Non c’è nessuno che li batta, perché per loro i piedi sono delle ali. Vivono di agricoltura e di una strana caccia, quella ai cervi, non con l’arco e le frecce ma coi piedi, la loro unica arma: sfiancano gli animali correndo loro dietro giorni e giorni, finché la preda non si abbatte esausta. Roba da leggenda...
Ennio Caretto
“Corriere della Sera” - 31/07/2002

Citazione presa dal libro: "SOFTWARE LIBERO PENSIERO LIBERO"

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Ellekappa
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scritto da: prefazione Antonio, brano e video Maurizio Pallante
March 7, 2010

Volevo lasciarvi con una serie di video di Maurizio Pallante (trovati su youtube) a proposito della Decrescita Felice. Consiglio vivamente di guardarli, a mio modestissimo parere si tratta di spunti di riflessione utili e chiari, in parte ovvi (con il senno di poi), in parte rivoluzionari. Sono delle linee guida per la politica e la società e focalizzano una serie di problemi che tutti sentiamo, forse, ma che spesso non riusciamo a distinguere. Spostano il punto di vista dal quale siamo abituati ad osservare l'economia, valorizzando aspetti solitamente trascurati, e indicando aspetti che spesso vengono dati per scontati, ma che scontati proprio non sono. Il problema è l'ammasso di preconcetti che ci annebbiano la vista e che ci fanno ricadere nelle medesime considerazioni trite e ritrite. Il tentativo della decrescita (da distinguere dalla recessione) è quello di analizzare il problema economico con un approccio innovativo. Si vuole mettere in dubbio le fondamenta stesse dell'economia per provare a sintetizzare delle conclusioni del tutto nuove e spesso illuminanti.

Vi lascio inoltre una descrizione della decrescita fatta da Pallante:

La decrescita è elogio dell' ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c'è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all' effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell'acquistare non è il consumo ma l'uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l'economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.

Maurizio Pallante  

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scritto da: prefazione Antonio, testo Lawrence Lessig
February 16, 2010

Vi lascio con le parole con le quali Lawrence Lessig descrive il lavoro della Free Software Fondation (FSF) a favore della libertà, un valore che sta via via scomparendo (benché i nostri brillanti amministratori stiano cercando di farci credere il contrario)

Antonio

 


 

The people at the Free Software Foundation asked me to do a short pitch to support the Free Software Foundation, and I'm happy and honored to do that. Indeed here in my office at Harvard Law School you can see one of the posters I most proudly have up is the award I got, the Free Software Foundation's freedom award, which was an extraordinary honor that I received for ideas that I felt like I was just copying and spreading from Richard Stallman.
Lawrence Lessig

As I've said many times the Free Software Foundation and Richard Stallman's work represents the most important work for freedom that this culture, the American culture, has seen in many many generations because it takes the ideas of freedom and it removes it from the ivory tower, and it removes it from lawyers, and places it in a community--a technology community--that is one of the most important communities defining the contours of freedom that most people in our culture and increasingly around the world will know. And to have the battles over these ideas of freedom expressed in this context is extraordinarily important.

We took the same ideas that Richard launched in the Free Software Foundation and tried to carry them over to culture, in areas of music and art and education and science to take the same struggle to define what the scope of a free culture should be and have people from those communities engage in that conversation. So we've benefited enormously from the ideas that Richard first launched in the Free Software Foundation and in the free software community more than 25 years ago and we think people ought to give back to those who inspire in such an extraordinary way.

I'm honored to contribute again this year as I do every year and I would hope you do to, because this is a movement that needs our support. Not just in the context of technology, but in every place where these ideas of freedom need to be pushed. So thank you for this opportunity and thank you for supporting the Free Software Foundation.

Lawrence Lessig


Sito FSF con testo dell'intervento

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scritto da: Antonio
January 24, 2010

Costruire ancora strade mi sembra assurdo. Non ce ne sono già abbastanza? Guardatevi attorno, ormai l'aspetto caratteristico delle nostre città è l'insieme delle distese di cemento e delle file luccicanti e sferraglianti di automobili. Dentro quelle automobili ometti impazienti di giungere a destinazione. Ma vi piace davvero? Quando viaggiate in auto e siete travolti da questo flusso di veicoli che vi circonda, inglobati nel traffico, vi divertite? Non avvertite questo distacco sempre più profondo dalla nostra natura animale che anziché asfalto e smog chiede prati verdi e aria fragrante? Non vi sentite frustrati da questa frenesia diffusa che vive nelle strade e che vi cozza contro ad ogni curva, ad ogni sorpasso, ad ogni semaforo arancione, ad ogni incrocio, ad ogni clacson sguinzagliatovi contro? Offesi. Increduli. Stanchi. Mi domando se tutto questo ingorgo ha uno scopo concreto, come concreto è il bisogno di respirare e dormire, se è davvero una cosa che dobbiamo assolutamente sopportare essendo creature dall'intenso bisogno sociale. Che cosa accadrebbe se tutti ci fermassimo per un attimo, per un giorno, per una settimana, se tutti ci fermassimo e iniziassimo a domandarci dove stiamo correndo?

 

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scritto da: Giulia
January 7, 2010

"La Marcia dei Pinguini" è un film-documentario sulla vita dei pinguini imperatore e sui nove mesi che dedicano all'accoppiamento, alla cova dell'uovo e allo svezzamento del piccolo.

I pinguini imperatore si riuniscono tutti nell'Oamok, un territorio riparato e dal ghiaccio spesso, l'unico ambiente che permetta la vita dei piccoli pinguini. Gli adulti si sottopongono a lunghissime marce, a mesi di digiuno e di immobilità nel gelo dell'inverno antartico per dar vita a un piccolo e proteggerlo da intemperie e predatori.

Le scene della loro danza nuziale e del loro accoppiamento sono di una dolcezza commovente, con la voce di Émilie Simon in sottofondo.

(continua)

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scritto da: prefazione Antonio, brano di Roberto Saviano
January 1, 2010

Per iniziare l'anno con i migliori propositi vi lascio con l'estratto di un brano di Roberto Saviano che ho da poco letto. Lo so, non è un pezzo allegro e spensierato come forse ci si meriterebbe di leggere oggi, ma è toccante e ben scritto, come tutti i brani di Saviano.

 



Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l'amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire "così è sempre stato e sempre sarà così"?

Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient'altro? Vi bastano queste risposte per andare avanti? Vi basta dire "non faccio niente di male, sono una persona onesta" per sentirvi innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull'anima? Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, Chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

Roberto Saviano

 

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scritto da: Antonio
December 20, 2009

Non riesco più a guardare un film senza sentirmi profondamente disgustato dalla morale stereotipata che trasuda da ogni scena. Grandi gesti e la Patria, la bandiera e la grandezza di chi ci governa. La superficialità insita già nella scelta degli attori, divi di Hollywood che mai potrebbero passare per persone normali. L'eroismo della guerra, il tentativo volgare di giustificare la nostra società sempre e comunque. Analisi critica ridotta a zero. Insomma il manuale del perfetto cittadino moderno, che mai potrebbe dubitare di ciò che lo circonda.

Ovviamente non è così per tutti i film. Spesso trovo conforto gustandomi un cartone animato. Non quelli della Disney, sebbene debba riconoscere alcuni passi in avanti rispetto alla morale della governante presente in alcuni classici come "Biancaneve e i sette nani", "Cenerentola" o "La Bella addormentata nel bosco". Preferisco godermi certi cartoni giapponesi, che almeno mi lasciano in bocca il fascino del mistero e hanno il coraggio di sottolineare la spaccatura sempre più profonda tra gli scopi dell'uomo e quelli della Natura (la quale, sia ben chiaro, ci sopravviverà comunque).

Adoro "Il castello nel cielo" di Hayao Miyazaki, in assoluto il mio preferito. Certo presenta la semplificazione tipica del cartone animato e la contrapposizione tra l'ingordigia del potere e l'ingenuità dell'amore, ma lascia dentro un indefinito senso di tristezza per il mondo che non abbiamo, e che invece potremmo, se solo rinsavissimo un po'. Cartone dove il simbolo della vittoria è rappresentato da un albero enorme che affonda le sue radici nel cuore della nostra tecnologia, scardinandola, a ricordarci da dove veniamo e dove ritorneremo un giorno.

Se vi incuriosisce lo trovate per intero su YouTube diviso in 14 pezzi. Cliccate sull'immagine per vederne il primo.

(Il filmato è stato rimosso da Youtube...)

 

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scritto da: Antonio
December 17, 2009

In questi giorni due grandi giornali quali sono Libero e ilGiornale ci fanno sapere che chi legge il Fatto Quotidiano è uno stupido o un terrorista. Ebbene, eccomi qui a confessare. Sono uno stupido. Non sono un terrorista, ma solo perché la mia bassa intelligenza va a braccetto con l'inettitudine. Non ne sarei materialmente capace.

Ma permettetemi di rilanciare. Un vero coglione, antropologicamente deviato e diverso dal resto della razza umana. Come definireste uno che non vota Berlusconi? Insano di mente. Ma le mie maggiori colpe sono ben altre e ben più gravi. Ad inchiodarmi nel mio status di ritardato mentale ci pensano il mio ottimismo e la mia fiducia nel domani, perché solo un cerebroleso potrebbe davvero credere che questa Italia possa mai svegliarsi dal letargo secolare che l'affligge. E poi come definireste uno che crede che l'evasione fiscale sia un reato e che la Giustizia debba valere anche per i potenti e non solo per i morti di fame? O che sente maggior gratificazione dal rispetto verso le regole e verso gli altri che non dalla scientifica applicazione della propria furbizia? Uno che ritiene finanche di poter lasciare il segno, cambiare le cose, coinvolgere le persone, costruire un'alternativa, far valere la propria libertà?

No no, lasciatemi dire, hanno ragione Feltri e BelPietro e io mi ci sono riconosciuto non appena l'ho letto.

Grazie a loro, ora so chi sono.

 

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scritto da: prefazione di Antonio, scritto di Antonio Gramsci
December 15, 2009

Girando in rete mi sono imbattuto in questo scritto di Gramsci, del quale ignoravo l’esistenza. Siccome rappresenta esattamente il mio pensiero, lo riporto qui. Mi pare perfettamente attuale, anzi una cosa eterna, valida in ogni periodo storico da qui all’esplosione del sole o all’autodistruzione della razza umana o all’invasione aliena. Il termine “partigiano” può essere re-interpretato in infiniti modi e adattato alla situazione politica di oggi, o essere lasciato al suo significato originale. Può anche essere sostituito con un altro termine più attuale, e cioè “partigiano”. Lascio a voi la scelta.

Antonio



“Odio gli indifferenti”

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto ad ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta già costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’é in essa nessuno che stia dalla alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Peciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917


 

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